Sex crimes and vatican


Nella mia visita giornaliera al blog di Beppe Grillo mi imbatto nell'articolo Crimen Sollicitationis in cui viene proposto un video di un servizio della BBC che tratta di presunte regole che la chiesa assumerebbe nei confronti dei reati sessuali commessi dai parroci. La cosa mi ha fatto tornare in mente la storia di Marco Marchesi, ex Seminarista del Seminario di Agrigento, che alle telecamere di Mi Manda Rai 3 raccontò di essere stato vittima di abusi sessuali da parte di don Bruno Puleo. Ai tempi dell'accaduto il ragazzo si rivolse al vescovo di Agrigento, mons. Carmelo Ferraro ma l’unica cosa che fa il vescovo è ’obbligare’ don Puleo a chiedere scusa. Si scopre poi che altri sette ragazzi hanno subito la stesse cose. Il prete verrà poi condannato a due anni e sei mesi di carcere.

La storia sembra combaciare perfettamente con quelle raccontate nel filmato.

In questo post non mi accingo a trarre conclusioni, ma riporto testi e dati citandone le fonti e infine il video. Certo c'è da riflettere. Sono passati pochi giorni dall'ultima visita del vescovo a Siculiana, proprio in onore dei festeggiamenti per il SS. Crocifisso, simbolo di Siculiana e dei Siculianesi e a mio parere, sempre meno simbolo religioso.

INTERVISTA A MARCO MARCHESI
Fonte: Adista - Link: www.associazioneprometeo.org/


  • INERTE E INDIFFERENTE, IL VESCOVO DI AGRIGENTO NON DENUNCIA IL PRETE CHE ABUSA. PARLA UNA VITTIMA.

    Un vescovo viene informato di abusi sessuali commessi da un sacerdote ai danni di un seminarista e non prende alcun provvedimento. Dirà, poi, che la questione non lo riguardava. I drammatici fatti non avvengono nell'ennesima diocesi statunitense, dove il "bubbone" è esploso ormai da anni, grazie anche al coraggio delle vittime e alla dismissione dell'atteggiamento omertoso di persone coinvolte e dei vertici ecclesiastici. Il vescovo in questione è italiano: si tratta di mons. Carmelo Ferraro, che era alla guida della diocesi di Agrigento all'epoca dei fatti e lo è anche adesso.
    Il sacerdote, don Bruno Puleo, ha patteggiato la pena il 7 luglio: gli sono stati inflitti 2 anni e 6 mesi di reclusione (è stato un secondo patteggiamento fra le parti: il primo era per una pena di due anni, che era stata giudicata insufficiente dal gip Luigi Patronaggio). Ha preferito il patteggiamento al processo, che avrebbe molto probabilmente aggravato la sua posizione. Il patteggiamento infatti ha riguardato una sola vittima. Le indagini, condotte dal pm Caterina Sallusti, avevano però riscontrato abusi nei confronti di altri sette ragazzi, sei dei quali dello stesso seminario (quello arcivescovile di Agrigento che si trova a Favara) dove don Puleo, inizialmente diacono, era stato assistente per un periodo che si è concluso nel 1995. Attualmente don Puleo è parroco a Sant'Anna, una piccola frazione nei dintorni di Agrigento.
    Marco Marchese, la vittima che ha sporto denuncia, ha subìto abusi nel seminario arcivescovile di Agrigento a partire dall'età di 12 anni. Oggi ne ha 22, ha lasciato il seminario nel 2000 e, a vicenda giudiziaria conclusa, ci tiene a sottolineare che non era il carcere per il suo "carnefice" lo scopo della sua azione, ma l'emersione di un fenomeno che causa sofferenza indicibile a tanti bambini, con la speranza inoltre che la Chiesa abbia il coraggio di mettersi dalla parte degli offesi.
    Marchese si era deciso a presentare un esposto dopo aver constatato che né il rettore del seminario, don Gaetano Montana, né il vescovo Ferraro - ai quali aveva raccontato tutto - avevano preso provvedimenti per fermare don Puleo.
    Il giorno dopo il patteggiamento, Marco ha inviato al vescovo una lettera molto severa e accorata. "Scrivo proprio a lei che - recita l'apertura della lettera - una sera di novembre del 2000 ha ascoltato, quasi con indifferenza, il mio racconto (…). Scrivo a lei perché sono addolorato e profondamente amareggiato dal suo silenzio", amareggiato "per questa povera Chiesa che si ritrova ad essere guidata da una persona che non ha saputo dirigere il gregge affidatogli, soprattutto i piccoli e gli indifesi". Ne riportiamo il testo integrale nel numero di Adista-documenti allegato.
    Ma Marchese non intende fermarsi a questo: intende procedere in sede civile contro quanti - sicuramente il rettore e il vescovo - hanno omesso di prendere provvedimenti contro don Puleo, malgrado, avendone l'autorità, fosse per loro un obbligo intervenire.
    In ambito ecclesiale, non esiste nel Diritto Canonico un canone riguardante eventuali pene da comminare a chi non denuncia un reato avendone conoscenza. Ma è anche vero che il card. Bernard Law ha subìto così forti pressioni (anche dalla Santa Sede?) proprio per aver "coperto" i preti pedofili della sua diocesi da vedersi costretto, nel dicembre del 2002, a dimettersi da vescovo di Boston. Il Diritto Canonico lascia peraltro molta autonomia di gestione ai vescovi che si trovino di fronte a reati dei loro sacerdoti. Anche se per costoro ci sono canoni precisi. In particolare, per i delitti contro il sesto comandamento, commessi "con violenza, o minacce, o pubblicamente, o con un minore al di sotto dei 16 anni", il canone 1395, al paragrafo 2, prevede "giuste pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale". Ma non è stato applicato finora contro don Puleo, il quale è stato solo spostato dalla parrocchia, popolosa e ricca di bambini, di Palma di Montechiaro a quella ben più piccola di Sant'Anna, piccolo borgo nella provincia di Agrigento. Spostamento avvenuto però nel 2002: l'esposto di Marco Marchese contro don Puleo è della primavera del 2001. Il vescovo non poteva non esserne a conoscenza.
    Tutta la vicenda è ricostruita qui di seguito nell'intervista che abbiamo realizzato con Marco Marchese.

    Come comincia la tua storia?
    Sono entrato nel seminario minore nel 1994 perché la mia vocazione era di diventare sacerdote. Avevo 12 anni, frequentavo la seconda media. Avevamo come assistente don Puleo, che allora era diacono. Lui aveva per me molte attenzioni, mi faceva anche dei regali. Poi, ai primi di dicembre, mi fece accomodare nella sua stanza e successe il tutto.

    La cosa si ripeté?
    Sì, soprattutto nei giorni di pioggia, perché altrimenti preferivo giocare a calcio e non andavo a riposare con lui.

    Nessuno faceva caso al fatto che andassi a riposare con lui?
    Penso di no, perché capitava che noi ragazzi trascorressimo del tempo in camera sua a chiacchierare. Poi si trattava delle prime ore del pomeriggio, ognuno stava per conto proprio. Questa cosa è durata fino a quando lui, l'anno successivo, è diventato sacerdote e ha lasciato il seminario minore. Il nostro rapporto però è continuato. Lui è diventato il mio padrino di cresima. Io andavo a trovarlo, o in parrocchia o in casa sua.

    Lui continuava con le sue attenzioni verso di te?
    Sì.

    Non riuscivi ad opporti?
    La prima volta rimasi perplesso. Era ovviamente la mia prima esperienza sessuale, precocissima e sbagliata. Lui mi diceva che era solo una questione di amicizia, che la nostra era un'amicizia particolare, mi diceva di non parlarne con nessuno perché avrei suscitato delle gelosie, che era normale il nostro comportamento, che era giusto. Io gli credevo. E mi sono affezionato a lui. Anche se cominciai subito a star male: mi fu diagnosticata una colite nervosa che mi portai dietro per un bel po'.

    Quando hai capito che il vostro rapporto era sbagliato?
    Quando sono andato al liceo, una scuola pubblica, perché nel seminario maggiore non esisteva una scuola superiore, e sono entrato in contatto con altri ragazzi e con le ragazze. Allora avevo minori possibilità di passare del tempo con don Puleo, perché ero impegnato in varie attività comunitarie. Succedeva quando lui chiedeva al rettore del seminario, don Gaetano Montana, che mi inviasse nella sua parrocchia, in occasione delle cosiddette giornate per il seminario in cui si fa raccolta di fondi per le istituzioni di formazione sacerdotale, perché altrimenti non ci vedevamo mai. Sicché andavo nella chiesa dove celebrava.

    Fino a che età hai dunque mantenuto il rapporto con don Puleo?
    Fin verso i 16 anni, perché a quel punto le nostre strade si sono divise: io non volevo più incontrarlo, e anche lui non faceva pressione per vedermi perché, a quanto ho capito dopo, aveva altri ragazzi sotto mano. E in effetti sono venuti fuori i nomi di altri ragazzi vittime delle stesse attenzioni morbose da parte sua.

    Ragazzi del tuo stesso seminario?
    Sei sì. Del settimo non so nulla di preciso.

    In tutti questi anni non ti sei confidato con nessuno?
    Mai. Fino a quando uno degli assistenti che mi accompagnavano a Palermo per una delle tante visite a motivo della colite, e che aveva sentito di strani episodi che accadevano in seminario, riuscì a farmi parlare e mi consigliò di parlare subito con il vice-rettore. A me non interessava fare del male a quell'uomo, ma fare in modo che nessun altro ragazzo dovesse più soffrire quello che io avevo sofferto.

    E andasti dal vice-rettore?
    Sì, il giorno dopo. Mi assicurò che avrebbe parlato con il rettore, che dovevo stare tranquillo, che avrei dovuto pensare agli studi e basta. Non ho avuto nessun tipo di riscontro. Durante un ritiro spirituale parlai anche con il rettore che mi disse che era stato messo al corrente della mia situazione dal vice-rettore e che avrebbe parlato con il vescovo, monsignor Carmelo Ferraro, tuttora in carica. Io mi fidai. Inoltre, se mi capitava di incontrare don Puleo, erano sempre incontri pubblici, ritiri spirituali, ci si salutava normalmente come se i nostri rapporti in passato fossero stati normali e basta. Nel giugno del 2000 lasciai il seminario.

    Quali furono i tuoi passi successivi?
    Continuavo ad aspettarmi qualche riscontro alla mia denuncia. Invece non succedeva niente. Allora chiesi un incontro con il vescovo che mi ricevette subito. Stranamente, perché quando eravamo in seminario, se gli chiedevamo udienza, dovevamo attendere a lungo. Il vescovo mi ascoltò e cadde dalle nuvole. Disse che nessuno mai l'aveva informato di quanto era avvenuto. Io gli confidai la mia paura che don Puleo potesse continuare a fare del male ad altri ragazzi. Aggiunsi anche che il sacerdote andava aiutato perché la pedofilia è una malattia. "Cerchi di fare qualcosa", insistetti, "lei è il padre spirituale di tutti i sacerdoti". Era anche la massima autorità cui io potessi rivolgermi. Il vescovo mi assicurò che ci avrebbe pensato lui e che dovevo stare tranquillo. Mi licenziò regalandomi un libro. Da allora non ho avuto più notizie dal vescovo, non ho più avuto a che fare con lui. Invece il giorno successivo ebbi notizie da don Puleo, perché si precipitò a casa mia e mi rimproverò aspramente perché gli avevo fatto perdere la fiducia del vescovo.

    Dunque il vescovo, in seguito al colloquio con te, l'aveva chiamato?
    Sì. Mi disse che il vescovo lo aveva mandato a chiedermi scusa se mi aveva provocato dei turbamenti.

    Come si è arrivati alla denuncia davanti all'autorità giudiziaria?
    Qualche giorno dopo parlai con il mio parroco, don Giuseppe Veneziano, che tra l'altro era stato suo rettore quando don Puleo era in seminario. Si meravigliò del mio racconto, sia perché don Puleo era stimato in diocesi, sia perché il vescovo non gliene aveva fatto parola. Successivamente mi chiamò per dirmi che aveva parlato col vescovo. "Questa storia con don Puleo è acqua passata, ormai sono anni che è successa, tu stai tranquillo, fatti la tua vita, chiudiamola qui". Intanto però don Puleo continuava a fare il parroco. Era nella parrocchia del Villaggio Giordano, a Palma di Montechiaro.

    Neanche un'ammonizione al prete?
    Non so che dire. Però, a seguito di non so quali vicende, due anni fa, è stato spostato e gli è stata affidata un'altra parrocchia: non è più a Palma di Montechiaro ma in un piccolo paesino nei dintorni di Agrigento, Sant'Anna.

    A causa di altre vicende di pedofilia?
    Beh, tre di questi ragazzi sono di Palma di Montechiaro. Qualcuno avrà saputo qualcosa… Ma non posso dirlo con certezza.

    Don Gaetano Montana è ancora al suo posto?
    Sì, continua a fare il rettore del seminario arcivescovile. Mi chiedo come sia possibile. Altri ragazzi possono passare le stesse mie disavventure e nessuno li difenderà. Dico questo perché, riguardo a don Gaetano, devo aggiungere una cosa. Non avendo raggiunto alcun risultato con i miei colloqui, ho parlato con i miei genitori, i quali hanno contattato un avvocato. Questi, prima di fare l'esposto alla magistratura (presentato poi nella primavera del 2001), ha voluto incontrare il vescovo per capire come mai la massima autorità non avesse preso alcun provvedimento. Il vescovo rispose che lui era super partes, che bisognava prendersela con il prete e che comunque il polverone che sarebbe seguito allo scandalo non conveniva a nessuno.

    Dopo la presentazione dell'esposto cos'è successo?
    Parlai con il Sostituto Procuratore che chiamò tutte le persone che io avevo citato.

    Facesti anche il nome del vescovo fra le persone informate dei fatti?
    Sì, e furono chiamate. Ma non so se fu chiamato anche il vescovo. Fui messo a confronto con il parroco, don Giuseppe Veneziano, e con il rettore, don Gaetano Montana. Il parroco inizialmente negò che gli avevo parlato degli abusi subiti. Poi, caduto in contraddizione, si è trincerato dietro il segreto confessionale. Cosa che non sta in piedi: io non mi ero confidato con lui in confessione. Il rettore non negò, anche se disse che non ricordava bene quando gli avevo parlato della mia storia. Alla domanda: "come mai non parlò con il vescovo?", rispose che era preso da altre cose, c'era da ristrutturare il seminario, e siccome il ragazzo, cioè io, sembrava abbastanza tranquillo, tutta la faccenda si poteva rimandare. Lui parlò con il vescovo quando questi, in seguito al nostro colloquio, lo interpellò.
    Qualche giorno fa, il 7 luglio, don Puleo è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione.

    Finisce qui o farai ulteriori mosse?
    Intendo intentare una causa civile contro le persone che hanno un ruolo di responsabilità in situazioni del genere. Certamente il rettore del seminario, ma tanto più il vescovo, il quale, pur non avendo responsabilità penale, è civilmente - e moralmente - responsabile. Avrebbe dovuto prendere provvedimenti che non ha preso. A me non risulta che il vescovo sia mai stato interrogato: attendo di prendere visione di tutti gli atti processuali per averne conferma.
    Un'altra cosa che intendo fare, ed è il motivo per cui all'università sto studiando psicologia, è aiutare le persone che subiscono abusi. Per la qual cosa ho già fondato un'associazione, che deve diventare uno sportello di ascolto
    fonte: Adista – Agrigento


PEDOFILIA E CHIESA: UNO SCANDALO ANCHE IN TVFonte: www.korazym.org


  • La storia di un ex seminarista vittima a 12 anni di abusi sessuali da parte di un sacerdote: lui denuncia tutto e la Curia gli chiede 200mila euro di danni. Ieri su Raitre, nel giorno del richiamo – in Vaticano – alla lotta contro questi abomini.

    ROMA - La predica al mattino, la vergogna e lo scandalo a sera, e in diretta tv. Tutto in un giorno, quello di ieri, 15 dicembre 2006; e per tema la pedofilia nella Chiesa, gli abusi sessuali commessi da preti, e il minimo comune denominatore di questa e di tante altre storie. Silenzio. Fate silenzio. Nessuno sappia, nessuno dica, nessuno racconti. Conta l’immagine, conta il prestigio, conta il decoro. E del dolore di un ragazzo, e della sua dignità, si faccia carta legale, materiale per liti giudiziarie. Alla vergogna non c’è mai fine.

    LA PREDICA IN VATICANO - La giornata inizia presto, al mattino, con una predica in Vaticano. La ascolta il papa e la curia romana, la svolge il predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap. Parla di pedofilia nella Chiesa, parla di severità e fermezza, ma anche di “un giorno di digiuno e preghiera” per esprimere la solidarietà della Chiesa e dei cristiani alle vittime della pedofilia. Il cappuccino ricorda il pianto e i sospiri della Chiesa per gli “abomini commessi in tempi recenti dai suoi stessi ministri”: una Chiesa che “ha pagato un prezzo altissimo per questo e - secondo Cantalamessa - “è corsa ai ripari” dandosi “regole ferree” per impedire che tali abusi si ripetano. “Dopo l’emergenza, è venuto il momento” - ha però aggiunto il predicatore - “di fare la cosa più importante di tutte: piangere davanti a Dio, affliggersi come si affligge Dio; per l'offesa fatta al corpo di Cristo e lo scandalo recato 'ai più piccoli dei suoi fratelli', più che per il danno e il disonore arrecato a noi”. Condizione questa perché “da tutto questo male possa davvero venire del bene e si operi una riconciliazione del popolo con Dio e con i propri sacerdoti”. Un discorso che critica anche la cattiva tendenza - riscontrata in qualcuno resosi responsabile di tali abusi - di “approfittare del clamore per trarre vantaggi anche dalla propria colpa, rilasciando interviste e scrivendo memoriali, nel tentativo di far ricadere la colpa sui superiori e sulla comunità ecclesiale”. Un’azione, ha affermato Cantalamessa, rivelatrice di “una durezza di cuore davvero pericolosa”. A conclusione del discorso, una proposta formulata sotto forma di interrogativo: “Non si potrebbe indire un giorno di digiuno e di penitenza, a livello locale e nazionale, dove il problema è stato più forte, per esprimere pubblicamente pentimento davanti a Dio e solidarietà con le vittime, operare insomma una riconciliazione degli animi e riprendere un cammino di Chiesa, rinnovati nel cuore e nella memoria?”.

    LA STORIA DI AGRIGENTO – La giornata iniziata presto con la predica in Vaticano finisce tardi di fronte alla televisione: diretta per “Mi manda Raitre”, la storica trasmissione del terzo canale di stato che racconta da anni di raggiri, truffe, imbrogli e storie di ordinaria follia. Di fronte alle telecamere c’è stavolta un giovane ragazzo siciliano: si chiama Marco Marchese e dodici anni fa è entrato in seminario, ad Agrigento. Trovandoci anni di abusi sessuali ad opera di un diacono poi diventato sacerdote. Racconta come “don Bruno”, un giorno di dicembre del 1994 (Marco aveva dodici anni) lo fece accomodare nella sua stanza, abusando di lui. “La mia prima esperienza sessuale”. “Mi diceva che la nostra era un’amicizia particolare, e di non parlarne con nessuno: credevo fosse qualcosa di divino”. Un rapporto che continua anche a distanza, ancora fino ai sedici anni di Marco: don Bruno è nel frattempo diventato sacerdote e ha lasciato il seminario minore, vedendosi affidata una parrocchia. Finisce davvero tutto quando Marco si confronta con un assistente e scopre la gravità di quanto accaduto: il consiglio che riceve è quello di parlare della cosa al vice-rettore e al rettore. “Lo feci, perché a me non interessava fare del male a quell'uomo, ma fare in modo che nessun altro ragazzo dovesse più soffrire quello che io avevo sofferto”.
    Il vice-rettore ascolta il racconto di Marco, promette di parlarne con il rettore per le dovute decisioni, invita il ragazzo a tacere e a tener la cosa per sé. Tempo dopo, anche il rettore ascolta il racconto di Marco, assicura di esserne stato messo al corrente, promette di parlarne con il vescovo per le dovute decisioni e nel frattempo invita il ragazzo a tacere e a tener la cosa per sé. Non accade nulla: don Bruno è ancora là, al suo posto in parrocchia, fra i bambini e i ragazzi. Marco riesce a parlarne direttamente con il vescovo, mons. Carmelo Ferraro. “Gli confidai la mia paura che don Bruno potesse continuare a fare del male ad altri ragazzi; aggiunsi anche che quel sacerdote andava aiutato”. Arrivò la rassicurazione che ci avrebbe pensato lui, e l’invito a stare tranquillo. Ma l’unica cosa che succede è che don Bruno bussa alla porta di Marco: proprio il vescovo ce lo aveva mandato, per chiedere scusa. “Non lo fa, anzi mi rimprovera perché avevo fatto perdere al vescovo la fiducia in lui”. Del racconto della vicenda è reso partecipe anche il parroco di Marco: “Mi disse che quella storia era acqua passata. Ormai sono anni che è successa, tu stai tranquillo, fatti la tua vita, chiudiamola qui”.

    Marco esce dal seminario nel 2000: non diventerà sacerdote. Non è la sua strada. Si confida con i genitori riguardo agli abusi del passato, e mentre don Bruno continua tranquillamente a fare il parroco ecco che la vicenda diventa pubblica: stavolta il racconto di Marco è davanti alla magistratura. Si apre un’inchiesta: sono ascoltate tutte le parti in causa ed è accertato che Marco non fu il solo. Altri sei ragazzi subirono violenze. I timori del giovane erano fondati. Non si arriva al processo perché don Bruno patteggia una pena di due anni e sei mesi di reclusione.
    Non finisce qui. Marco scrive al vescovo tutta la sua delusione per il modo indifferente con il quale la sua vicenda è stata trattata, per la responsabilità morale della quale il presule si è macchiato nel non prendere adeguati provvedimenti volti ad allontanare don Bruno da bambini e ragazzi in pericolo. E, di fronte agli anni di abusi subiti, chiede in solido all’autore dei crimini, al seminario e alla curia di Agrigento un risarcimento in sede civile di 65mila euro. “Nessuna somma di danaro potrà risarcirmi dei pianti e dei dolori subiti, ma questo tipo di segnale nei confronti di chi ha mostrato solo indifferenza, sapendo e tacendo, andava compiuto”.

    La risposta della Curia di Agrigento è sbalorditiva: contro-citazione. La Curia chiede a Marco, ex seminarista vittima di abusi sessuali, 200mila euro per averne leso l’onorabilità, l’immagine, il prestigio. Ai fatti “presuntivamente e asseritamene accaduti nel 1994” la Curia “è totalmente estranea” - dicono i legali - e di fronte a tale affronto non si poteva non rispondere sullo stesso terreno. Secondo la Curia agrigentina, dunque, Marco Marchese - ex seminarista, per anni vittima di abusi sessuali da parte di un diacono poi divenuto sacerdote - deve sborsare 200mila euro per aver infangato l’onore e la reputazione della diocesi. Deve pagare per non aver taciuto e per aver cercato di evitare che quei crimini si ripetessero. Non c’è davvero limite al peggio.


LETTERA AD ADISTAFonte: Adista - Link: www.associazioneprometeo.org/


  • ABUSI SU MINORI IN SEMINARIO. IL VESCOVO TACE, PARLA IL SUO AVVOCATO.
    LETTERA AD ADISTA 33630. ROMA-ADISTA.
    Nel numero 73 del 21 ottobre 2006 Adista ha dato notizia del risarcimento chiesto dal vescovo di Agrigento, mons. Carmelo Ferraro, nei confronti di Marco Marchese, ex seminarista vittima di un prete pedofilo (già condannato dopo patteggiamento a 2 anni e 6 mesi di reclusione per abusi ai danni di 7 ragazzi). Nell'articolo – intitolato Abusi su minori in seminario. Il vescovo sapeva, taceva, e ora vuole essere risarcito dalla vittima – veniva riportato uno stralcio della lettera aperta scritta da Marchese a mons. Ferraro (e già pubblicata su Adista 54/04) nella quale il ragazzo denunciava con parole toccanti il silenzio del suo vescovo (era il luglio del 2004). La risposta del vescovo a quella lettera, alla condanna del prete ed alla legittima richiesta di risarcimento da parte di Marchese (che ha già dichiarato di voler utilizzare i soldi eventualmente ricevuti per le attività della sua associazione di lotta alla pedofilia) è stata una controcitazione con la richiesta di 200.000 euro per i danni che la denuncia dell'abusato avrebbe arrecato all'"immagine" e al "prestigio" della Chiesa di Agrigento.
    A seguito della pubblicazione sulla nostra testata di tutta la vicenda qui riassunta, riceviamo la seguente lettera (indirizzata al direttore di Adista) dall'avvocato Anna Mongiovì Gaziano, che assiste il vescovo Ferraro nella richiesta di risarcimento contro Marchese.

    "L'Avv. Anna Mongiovì Gaziano procuratore in giudizio della Curia Vescovile agrigentina Le scrive per significarLe quanto segue in relazione al procedimento civile Marchese Marco /Curia Vescovile e all'articolo comparso sulla sua rivista del 21/10/2006. La Curia agrigentina è stata chiamata in giudizio da Marchese Marco per sentirsi condannare al pagamento di una SOMMA di DENARO per fatti cui la stessa è estranea in relazione a delle vicende presuntivamente ed asseritamene accadute nel 1994, perché SAPEVA E TACEVA, come recita il titolo della sua nobile testata. Ma così non è stato e così non è come si dimostrerà "per tabulas" in giudizio. La infondatezza e la strumentalità della domanda dell'ATTORE Marco Marchese è "ictu oculi" tendente ad ottenere SOLDI coinvolgendo inopinatamente la Curia, anche al fine di "AMERICANIZZARE" il procedimento civile ed utilizzare i "MEDIA" per rafforzare una domanda priva di fondamento sia in fatto che in diritto. Tecnicamente e giudiziariamente atteso il comportamento diffamatorio dell'ATTORE si imponeva la domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni dovuti a chi sapeva essere estraneo sotto ogni profilo ai fatti oggetto del procedimento penale. Tanto per dovere di verità e giustizia.
    Grazie per l'ospitalità.

    P.S. : Lo studio legale Gaziano, in ogni caso, non si farà coinvolgere in polemiche strumentali e resterà fedele al principio che le cause si fanno nelle aule dei Tribunali e non sui giornali come fa l'ATTORE che cerca la confusione diffamatoria piuttosto che la verità. Grazie ancora e cordiali saluti.
    Agrigento lì 26/10/2006 Avv. Anna Mongiovì Gaziano

    Questa la risposta di Adista alla lettera dell'avv. Gaziano:
    "Insomma, a ben guardare non il vescovo si deve pentire di aver taciuto ma piuttosto la vittima dell'abuso. E' la solita storia, quella che hanno sperimentato sulla propria pelle le donne e tante ragazzi e ragazze. Ti hanno violentato? Se taci, ci dispiace e magari preghiamo pure per te; ma se denunci allora vuol dire che te lo sei cercato, vuol dire che un po' sfacciato lo sei e che non ti vergogni di niente, per cui un po' sporco sei e magari la violenza l'hai provocata tu. Ah, gentile avvocato, e donna, Anna Mongiovì Gaziano, quanto di questo linguaggio le dovrebbe risuonare dentro come un'offesa insopportabile. Ma un avvocato è un avvocato, si sa. Quello che non si vorrebbe sapere è invece di un vescovo che pensa di farsi pagare "immagine", "prestigio" e "decoro" (di questo si parla nell'atto di citazione) da una persona segnata a vita principalmente a causa della sua omissione. Esattamente, avvocato, come lei scrive il vescovo è "estraneo" ai fatti oggetto del procedimento penale, e ci mancherebbe pure! Ma il problema è proprio che si è anche comportato da 'estraneo' con un figlio della Chiesa a lui affidato, girando occhi e orecchie da un'altra parte. Sorprende non solo la reiterazione dell'abbandono, ma anche questo effimero aggrapparsi a cose così transeunti e inutili come, appunto, l'"immagine" che ora sembra fagocitare anche un'istituzione così solida e di sostanza come la Chiesa cattolica. Più che all'immagine il vescovo dovrebbe pensare alla sostanza: la sostanza di un uomo che chiedeva aiuto e ha trovato solo una ben pensante circospezione, nella solita prassi del tacere, sopire, troncare. Ma l'inquinamento acustico del sacro silenzio emerge ormai sempre più se si ha il coraggio di sentirlo salire dalle lugubri stanze e penombre di tanti seminari, istituti e curie vescovili, di qua e di là di Alpi e Oceano. Un'ultima cosa, avvocato. Vorremmo chiedere sia a lei che al suo assistito vescovo di non tirare in ballo il "dovere di verità e giustizia". Sono cose grandi, uniche. La giustizia, addirittura, richiede persino di rovesciare i potenti dai troni, figurarsi dunque se si preoccupa dell'immagine dell'ordine esistente. Lasciamole, verità e giustizia, per altre questioni ben più dirimenti di un apparente 'decoro'. Anche noi, nel nostro piccolo, non abbiamo pontificato appropriandoci del loro nome invano. Ci siamo limitati a raccontare i fatti, i fatti della violazione di una vita, riscontrabili negli atti processuali. Con, implicita, una richiesta di giustizia.

    La redazione di Adista."



IL VIDEO
Il video sugli scandali dei preti responsabili di reati di pedofilia realizzato e trasmesso dalla BBC in Inghilterra il 1 ottobre 2006 (Crimen Sollicitationis). La Chiesa avrebbe condotto una sistematica campagna per coprire abusi sessuali su minori commessi da preti cattolici. Il documentario nel momento in cui scrivo, in Italia non è stato mai trasmesso. Altri formati su www.arcoiris.tv.

L3D

4 commenti:

  1. Il video di cui parli l'ho visto anch'io qualche sera fa su video google, e sinceramente anche a me dal tema trattato, è venuta subito in mente la violenza subita da Marchesi. Ancora una volta la chiesa mostra alcuni dei suoi aspetti più ignobili, da un lato la lussuria e la violenza fisica e psicologica di molti dei suoi ministri ai danni di giovani indifesi, e dall'altro l'omertosa, vile e per niente rispondente al credo e alle basi su cui si fonda la chiesa di Roma, POLITICA, fatta dalle gerarchie ecclesiastiche, impegnate a diffendere la parola di cristo alla luce del giorno, e a scrivere procedure di tutela della propria struttura in stanze con poca luce. Il Crimen Sollicitationis, con il suo contenuto e con le disposizioni che vengono date, rappresenta l'odierno chiodo alla mano di cristo, la ferita al costato, la corona di spine, questa volta subito da cristi veramente fatti di carne, lesi nel corpo e nello spirito.


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  2. ..Che il Vaticano sia sempre stato il posto piu' affollato di Pedofili e omosessuali vari non e' stato mai un Mistero ...

    Mi meraviglio solo del silenzio da parte die media italiani ..perche' coprono tutto?? ...Fortunatamente non e' il caso nel resto dell' Europa ..dove l'opinione sul Vaticano e' tutt'altro che positiva ..


    " La religione e' la droga die popoli"

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